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Subject: Figli Ribelli del mondo globale


Author:
Dott. (?) Quirici
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Date Posted: 05:47:51 08/06/01 Mon

I FIGLI RIBELLI DEL MONDO GLOBALE
«Contro la globalizzazione? Non noi ma la sinistra reazionaria» a colloquio con BEPPE CACCIA dei centri sociali del Nordest
di MICHELE SERRA
DA MUSICA ROCK & ALTRO n 260 26 11 00


Beppe Caccia è uno degli animatori italiani del movimento di Seattle (o di Praga, o della prossima volta). E' laureato in filosofia, per campare fa il ricercatore universitario, è consigliere comunale a Venezia ("di maggioranza", sottolineare ridendo) e si è fatto le ossa nei centri sociali del Nord-Est, che godono di una controversa fama mediatica, a mezzo tra la tradizionale durezza degli autonomi e la creatività radicale alla Greenpeace.
"Musica" ci ha chiesto di fare due chiacchiere ("forum" è una parola davvero troppo pomposa) a partire da un mio recente articolo sulla globalizzazione: che era più che altro un elenco di dubbi.
Di questi dubbi almeno uno viene immediatamente dissolto da Beppe Caccia: "Leviamo di mezzo almeno una delle fesserie che circolano sul conto dei nuovi movimenti: noi non siamo contro la globalizzazione. Noi siamo dentro la globalizzazione. Ci siamo nati dentro, ci cresciamo dentro. Solo che la viviamo criticamente. Verifichiamo le sue premesse e le sue promesse, a
partire dallo scenario che si è aperto dopo la caduta del Muro. E constatiamo che le promesse non sono state mantenute".
Già, ma lo constata anche Haider. Quando mi guardo attorno, mi sembra che la critica della globalizzazione assuma, con una frequenza inquietante, i più classici connotati reazionari. Le piccole patrie, la chiusura xenofona, l'arroccamento identitario, la paura dello sradicamento.....
"Se è per questo esiste anche una sinistra reazionaria, nostalgica dell'identità di classe, a suo modo perfettamente speculare alle piccole patrie. E vedo crescere l'idea, davvero opprimente, che la scelta sia tra libertà senza comunità e comunità senza libertà. Cioè tra l'universalismo freddo e respingente dell'Europa, e il "sangue e suolo" alla Haider. Come se l'alternativa fosse obbligatoriamente tra le burocrazie di Stasburgo e i nazionalismi aggressivi".
E invece?
"E invece non bisogna lasciare che identità e comunità siano terreno altrui. Per non farli diventare tipici argomenti reazionari, bisognerebbe intanto cominciare a capire che non esistono comunità "naturali", identità date una volta per tutte. La polenta, in Veneto, è importante: ma i veneti mica mangiano solo polenta. Si cambia, si è cambiati dalla storia. Si deve pensare alla comunità come al luogo di una scelta, il luogo dell'autodeterminazione e della trasformazione. Non un obbligo di appartenenza, che è coercitivo, ma il frutto di una pratica individuale, di un movimento, di un cambiamento, in una sola parola: di una scelta".
Tu dici, giustamente, che l'identità è un divenire. E anche una sfida, un mettersi a repentaglio, un aprirsi alla vita e alle esperienze nuove. Ma questo, per la maggior parte della gente, non è affatto rassicurante. E', al contrario, rischioso. Inquietante. Pauroso. Perfino in Bové e nei suoi amici, che pure hanno una lunga storia libertaria alle spalle, mi chiedo se non prevalga l'arroccamento, la difesa a oltranza di un modo di produzione, quello del Roquefort, che è anche uno stile di vita antico, al riparo dalle novità.
"Certo, i rischi di chiusura culturale ci sono. E ce ne sono anche di ben peggiori. Nella lotta alle manipolazioni genetiche, per esempio, il fondamentalismo ambientalista si appella alla "sacralità della vita" in modo molto simile al fondamentalismo cattolico. A Seattle vedemmo un magnifico striscione, "no globalization without rapresentation", nessuna globalizzazione senza rappresentanza, e poi scoprimmo con sgomento che quelli erano i seguaci di Pat Buchanan, la destra quella brutta....Ma è proprio per questo che ti dico: non bisogna chiamarsi fuori. Bisogna accettare il rischio. Buttarsi in mezzo al terremoto".
Mi hai detto che la comunità non può che essere il luogo di una scelta.Che dev'essere il frutto di pratiche di vita, di esperienze nuove, e non di un comodo rimpannucciarsi nei propri abiti. Ti chiedo, allora: quali pratiche? Quali esperienze? Una volta, comunità era la fabbrica. Era la scelta di campo, sfruttati/sfruttatori, salariati/padroni. Ma oggi?
"Il luogo della scelta, oggi, è cambiato drasticamente. Però c'è un'opzione fondamentale che non solo resta in piedi, ma è perfino più forte, e resa più stridente dalla globalizzazione stessa: è la critica dei forti e degli appagati, la protezione dei deboli, dei senza diritto, dei senza reddito, dei senza mangiare".
Ma quando i deboli sono lontani, nel Sud del mondo? Oppure sono pochi e dispersi, come gli immigrati qui da noi? Per esempio: come fai a far capire al piccolo borghese leghista che le moschee si devono costruire? Che non è in ballo solo il diritto di una minoranza, ma la costruzione intera di un futuro plurale, e solidale? E come puoi sperare che tra le nebbie del suo spavento, e della sua rabbia, possa passare l'idea che non solo il futuro dell'immigrato islamico, ma anche il suo, è nell'apertura, non nella paura?
"E' un bel problema. Ma bisogna provarci. E certo, non puoi sperare di farlo tirando in ballo i valori astratti, la tolleranza, l'Europa, l'universalismo....Perché quello è un boomerang, ti torna indietro, non gliene frega niente a nessuno. Quella è ideologia, quella vecchia, quella inutile: l'idea, davvero ridicola e purtroppo molto diffusa, che la società liberale di mercato funzioni da sola, che produca anche lei "per natura" nuove libertà e nuove possibilità per tutti. Allora devi partire dalla semplicità, dal quotidiano. Non dal principio astratto della dignità, ma dalla dignità concreta delle persone in carne e ossa. Per questo noi cerchiamo forma e linguaggi nuovi, faticando da matti, nel quartiere, nella città. Anche applicando, noi sì, un ottimo principio della tradizione liberale: quando una legge è ingiusta, la combatti. L'importante è cercare di tenere insieme la rottura della legalità e la costruzione di una pratica politica, di rapporti umani. Cercare consenso, e cercarlo perfino nella distruzione dei vecchi legami sociali. I legami sociali non sono mai dati. Si costruiscono!"
E dunque, il nostro lodigiano o milanese che odia gli islamici?
"E dunque, chissà che prima o poi non vada a bere il thé alla menta alla moschea, come fanno i turisti a Parigi. Perché la logica di chiusura è mostruosa, ma alla lunga anche debole. Per questo bisogna cocciutamente costruire ipotesi contro ipotesi, rapporti contro rapporti. Per dare più possibilità di scelta. Orribile, se posso aggiungere una cosa importante, è anche l'idea che gli immigrati vadano accettati solo perché sono redditizi. Perché convengono. Perché sono "risorse umane". Esistono anche, per fortuna, scambi non monetari, rapporti di prossimità...."
Oddio: quali? La potenza del mercato mi pare così invasiva che ho l'impressione che qualunque rapporto umano non economico, qualunque scelta gratuita, sia condannata, ahimé, a essere puramente interstiziale. E poi, aprendo un altro fronte di discussione, sei sicuro che il mercato non abbia anche qualche merito? Nell'Iran degli ayatollah, è il desiderio diffuso di consumi e costumi all'occidentale che sta minando alla base il regime.
"Guarda: se la scelta è tra la Coca-Cola e i talebani, viva le bollicine. Peccato che quella non sia una scelta, ma la somma di due coercizioni. Perché il mercato non garantisce affatto una vera libertà di scelta. La libertà, ripeto, o è una pratica, o non è. Ci vogliono, dunque, più opzioni. Almeno tre".
Sì, ma quali? Quale terza opzione, per gli iraniani e in genere per quei popoli che sono schiacciati tra l'integralismo e l'occidentalizzazione?
"O talebano o inebetito? Che brutto destino, scusa. Possibile che non esista, al di fuori della tradizione, una libertà che non sia la libertà di consumare? Ogni persona umana è unica, diversa e irripetibile..."
Tutto condivisibile. Ma tutto, alla luce del paesaggio presente, molto precario. E utopistico. Quando mi parli di rapporti non monetizzabili, mi fai pensare che la sola cosa davvero inestimabile, in questo mondo, è il gratuito. Ma, ripeto, parliamo di suggestioni da piccola minoranza. Roba da intellettuali. O da perdigiorno....
"Noi ci sentiamo la minoranza della minoranza di una minoranza. Ma ci proviamo lo stesso. Quanto all'utopia: se c'è un momento della storia umana nel quale è perfettamente realistico immaginare un "salario di esistenza", cioè una somma di denaro destinata a ciascuno come precondizione per una vita dignitosa, quel momento è adesso. Mentre stiamo parlando, migliaia di miliardi girano via cavo per il mondo. Basterebbe intercettarne una parte, e si garantirebbe la sussistenza a tutti".
Ma ci vorrebbe un Welfare smisuratamente potente, e ricco dieci volte tanto quello che già fatica a stare in piedi.
"Ripeto, le disponibilità finanziarie sono smisurate, e non stanno certo dove va a cercarle il Fisco. A partire da un "salario minimo di esistenza" possiamo costruire tutto il resto, sviluppare i talenti, le capacità individuali, la creatività".
Ma sei matto? Quello è il comunismo! Mi hai fatto venire in mente una pagina di Marx giovane nella quale, cito a memoria, si preconizza un'epoca nella quale l'uomo potrà essere pescatore al mattino, cacciatore al pomeriggio, conversatore alla sera.....Oggi le maschere professionali sono fortissime, ognuno è il proprio ruolo sociale e basta....Oggi la
descrizione del nostro agognato "uomo nuovo" che vive solo a seconda del proprio libero estro fa pensare, piuttosto, a uno sfaccendato, a un disoccupato....
"Appunto. La mia generazione non conosce le sicurezze professionali e sociali di una volta. Il posto fisso e la pensione, per noi, sono appena una vaga ipotesi, e forse nemmeno quella. Siamo nelle condizioni ideali, dunque, per ripensare tutto, ma proprio tutto. Bill Gates dice che essere ricchi è avere tempo a disposizione: beh, se è così ti dico che scambierei volentieri con lui la mia carta di credito, non la mia vita".
Diciamo che se questa società avesse garantito la felicità dei ricchi, sarebbe enormemente ingiusta, ma almeno avrebbe un suo senso. Il paradosso, invece, è che i ricchi paiono tutt'altro che felici, o anche solo appagati. Lavorano come bestie. E sono tremendamente incazzati, se non tutti, quasi tutti.
"Appunto: ci sono le condizioni materiali per darsi da fare, dunque. Per entrare nei conflitti. Per spendersi nel mondo. E sporcarsi le mani. Questo sì che è ricerca della propria identità e della propria comunità. Il resto è solo paura".

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